18 Pazienza non Disciplina…

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Pazienza e non Disciplina…


Il Sutra 2.1 degli Yoga Sutra di Patanjali, tapas svādhyāya īśhvarapraṇidhānāni kriya yogaḥ, definisce lo  Yoga dell’azione come la disciplina, la riflessione e l’abbandono finale a qualcosa di superiore.

Non a caso questi  tre elementi sono in questo ordine, ovvero senza il primo gli altri sarebbero impossibili.

Il termine ‘tapas’ a mio avviso però è troppo forzato quando viene tradotto con la parola di “disciplina’”.


In  latino disciplina, è collegato al verbo discere ("imparare"). Originariamente, significava "insegnamento" o "educazione".

Nei secoli però, purtroppo il significato si è evoluto per includere sia l'insieme delle regole e delle norme che governano un'attività o una comunità, sia la capacità di seguirle con rigore.


Ai nostri occhi occidentali oggi richiama troppo un concetto quasi militaresco che sinceramente non mi piace per niente. Preferisco tradurre il ‘tapas’ con la parola :”pazienza”.

Il termine ha un origine latina, (patior).

La radice è condivisa però con il  greco paskein (πάσχειν) e il sostantivo pathos (πάθος), che significano "soffrire" e "sopportare". 


 La cosa interessante è che in greco ‘pathos’ è anche "passione" o "sentimento". C’è quindi un legame etimologico tra pazienza e passione perché la radice è la stessa.


Quindi posso rileggere il sutra come : “lo yoga dell'azione è pazienza, passione, sentimento e riflessione, coltivare questi elementi conduce alla conoscenza di Dio”.

Nella pratica dell’Ashtanga yoga si lavora molto sulla pazienza e sull’attesa. Gli asana infatti si aggiungono alla propria pratica personale un pezzo per volta. Le successioni di asana sono fisse e legate allo schema originale nato da Tirumalai Krishnamacharya  nel 1940 è diffuso in Occidente da P.Jois. 


Un praticante si trova spesso a progredire rapidamente su certe posture e rimanere al contrario bloccato anche per anni in una posa per lui particolarmente ostica.

E’ soprattutto in questo frangente che coltiviamo la pazienza, il sentimento e l’abbandono nell’attesa di eseguire quella posa senza modifiche, supporti, aiuti o altro.

Chiaramente quest'aspetto non deve essere dogmatico e può essere filtrato da eventuali problematiche di natura fisica che permettono la modifica di alcune posizioni in varianti che non siano traumatiche.

Una pratica che conduce a traumi o dolori gravi si scontra con i principi etici, di cui parla sempre Patanjali in altri sutra,  vedi ad esempio “Aisha”, principio cardine di   non violenza, soprattutto verso se stessi  e successivamente nei confronti del prossimo.


Per questo motivo soprattutto, sono convinto fermamente che per insegnare agli altri questa nobile pratica dell’Ashtanga si debba essere in primis praticati di lunga data.

Se non hai fatto esperienza di questo tipo di “pazienza” nella tua pratica allora difficilmente la riuscirai a trasmettere agli altri. 

La pratica erroneamente viene scambiata a un occhio inesperto per una sorta di work out un po' colorito con induismo spiccio.


Non lo è, e te ne potrai accorgere soprattutto quando inizi obbligatoriamente a fare esperienza della “pazienza” di cui sopra.

P.Jois un tempo ricordava agli allievi che:

“  non c’è nulla da ottenere alla fine del percorso, non c’è un premio, non sarai illuminato il giorno che farai l’asana più difficile del mondo. La ricompensa è solo la pratica che hai appena svolto. Non c’è altro e’ tutto qui”.


La pratica dello yoga, quella che viene chiamata Shadana, è principalmente un percorso di ascolto, pazienza e auto riflessione. Gli Asana, i Pranayama e tutti gli aspetti legati all”azione” della pratica al “faccio yoga” diventano fine a se stessi se non sono guidati da un percorso lento, attento e costante.

Come pensi di visitare un paese se ti limiti a osservarlo dal finestrino mentre sfrecci a 200 km all’ora sul Freccia rossa!


Che poi alla fine questa pazienza non ci porta ad  ottenere qualcosa, ci porta solo a vedere meglio come stanno le cose.


Chiudo con le parole di un allieva di P.Jois , grande insegnante purtroppo scomparsa prematuramente.

“ la pratica c’è non per diventare perfetti, ma per capire che già lo sei”

Maty Ezraty






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