19 Eravamo 4 amici al bar…Io, Schopenhauer, Heidegger e Vasistha.
Eravamo 4 amici al bar…Io, Schopenhauer, Heidegger e Vasistha.
Schopenhauer asserisce che passiamo la vita a gestire il male di vivere, che è causato da quella forza che tutto muove: la VOLONTÀ.
Cioè la vita è un pendolo che oscilla tra dolore (la mancanza) e la noia (momento di appagamento temporaneo per qualcosa che otteniamo ).
Secondo lui c’è un modo per sfuggire a questo pendolo.
Una sorta di cura fatta di 3 medicine.
La prima che ha durata temporale è l’Arte.
Purtroppo è esauribile, risolve solo temporaneamente la sofferenza. Se ci pensiamo ogni uno di noi fruisce in qualche modo di Arte, che sia musica, cinema, teatro lettura e via dicendo.
Fruire dell’Arte è forse un mezzo quotidiano che abbiamo per rendere la vita meno opprimente e più leggera.
La seconda è la Morale. Ovvero il superamento del senso egoico. La sofferenza è di tutti gli uomini e aiutare gli altri è un mezzo molto efficace che aiuta spesso a dare un senso all’esistenza. Anche prendersi cura dei figli o aiutare gli amici è un mezzo per tenere salda la nostra morale.
Chiaramente non è obbligatorio intendere l’aiuto per gli altri solo con le pratiche di beneficenza piu’ note come il volontariato.
Ma anche questa via come la prima è temporanea, e’ più efficace e duratura ma è ugualmente limitata per sanare la nostra sofferenza.
Il terzo strumento …quello più risolutivo ed efficace per Schopenhauer, quello duraturo …
È il Nirvana!
Concetto che riprese dalle culture orientali ed elemento cardine del percorso di liberazione tipico del Buddismo e del Induismo.
Schopenhauer era infatti un grande estimatore degli antichi testi Vedici e vedeva tantissime similitudini con la finezza del suo percorso filosofico.
Secondo Schopenhauer la conseguenza dell’auto isolamento (Ovvero isolarsi completamente dalla società) porta a negare la volontà di vivere in tutte le sue forze.
Condizione pagata con castità, sacrificio e rassegnazione, che porta con sé i frutti della liberazione da quella forza onnipresente che appunto chiama “VOLONTA” e che causa il nostro male di vivere.
In una riflessione yogica possiamo ritrovare questa via nella Sadhana dello Yogi. Ovvero quel percorso di riflessione e auto indagine sulle proprie attività mentali, sugli attaccamenti terreni e sulle conseguenze della sofferenza portata dalle azioni egoiche.
Questa via di allontanamento dalla frenesia della società è una condizione favorevole secondo queste indicazioni ad ottenere un senso di beatitudine nella propria esistenza.
Nei miei studi sulle varie filosofie occidentali e orientali ho trovato spesso altre soluzioni simili a queste. Alcune magari meno estreme della via ascetica ma comunque che richiamano all’idea di allontanamento dalla società e dalle sue tentazioni.
Non credo che si debba arrivare a questo tipo di estremismo per ottenere i frutti più maturi dell’indagine esistenziale.
Per questo faccio due passi indietro per arrivare a un punto mediano finale. Torniamo da Oriente al nostro Occidente..
L’esistenzialismo è una corrente filosofico/culturale europea che vide il suo apice tra le due guerre del 900. Pone l’individuo e la libertà come fulcro della ricerca.
Cerca la risposta alle grandi domande sull’esistenza umana che si facevamo anche i greci 2000 anni prima.
Martin Heidegger è considerato il padre di questo pensiero, e riprendo da lui questo punto fermo:
Esistono due modi di vivere. Uno fasullo e uno autentico.
Il primo è quello di chi vive schiavo delle cose leggere del mondo, dei desideri frivoli e degli istinti.
Il secondo invece è quello del vero uomo che indaga la sua condizione di essere senziente, o meglio di esser-ci nel mondo.
La domanda sull’esistenza nasce a seguito di una condizione d’angoscia che l’individuo attento sviluppa dopo essere stato buttato nel mondo!
Secondo Heidegger l’ ANGOSCIA, il malessere psichico, è la caratteristica principale che permette all’uomo di iniziare un percorso di ricerca verso una vita autentica.
Questa angoscia è la stessa che a Oriente vive il Re protagonista di una delle epiche indiane più note :
“Il Ramayana”.
Vasistha fu un grande saggio che decise di raccogliere l’enorme impegno di diventare insegnante di re Rāma, uno degli avatara di Vishnu. Rāma apparve sulla terra per riportare il Dharma in risposta alla corruzione dilagante.
Il padre di Rāma, re Dasharatta, era preoccupato per il giovane figlio. Al ritorno da ognuno dei suoi viaggi Rāma appariva sempre più deluso. La sua crescente apatia preoccupava il re che decise di chiedere aiuto al saggio Vasistha. Quando Dasharatta descrisse lo stato d’animo in cui versava il figlio Vasistha se ne rallegrò: il tipo di disillusione che Rāma stava vivendo era, in realtà, un segno del suo percorso spirituale.
Vasistha disse:
“E’ necessario vedere la crepa sul soffitto prima di cominciare a vedere la luce brillarvi attraverso. “
Vasistha vide nello sconforto di Rāma un’opportunità e andò da questi a presentarsi. Rāma espresse scetticismo. Era molto depresso e gli sembrava che l’intero mondo non avesse speranze.
Vasistha cominciò a spiegare che questa visione era proprio ciò che gli sarebbe servito per ritrovare chiarezza e che il suo percorso spirituale era già cominciato. Aveva solo bisogno di una guida.
Tirando le somme, non credo sia essenziale diventare un asceta, almeno non per tutti.
Innanzitutto è fondamentale riconoscere l’ Angoscia di cui parla Heidegger, dopo di che decidere di vivere una vita autentica.
Spinti dalla nostra morale e dall’intuizione, ricercare una via che miri a fare del nostro meglio, che miri a tendere verso qualcosa di buono anche senza obbligatoriamente riuscire a raggiungerlo.
Mirare a diventare saggi come Vasistha insegna a Rama.
Un saggio che vive in questo mondo, ma con una prospettiva radicalmente diversa. La via non è la fuga dalla realtà, ma una trasformazione della percezione: il mondo non è una realtà separata, ma un'illusione che si può comprendere e attraverso cui si può agire con saggezza. L'obiettivo è un risveglio interiore per liberarsi dall'ignoranza, non una fuga fisica dal mondo.
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