02 Prakriti e Purusha

Prakriti e Purusha la dualità nel sistema filosofico dello Yoga..

Lo Yoga come Darshana riprende l’impianto filosofico di un altro Darshana:Il Samhkya.

Questi due “punti di vista” hanno tanti elementi in comune che caratterizzano il loro pensiero. La realtà per entrambi è basata su due principi opposti. Prakriti e Purusha! 

In modo riduttivo, si potrebbe  tradurli come “natura” e “coscienza”!


La Natura (Prakriti) comprende tutto il mondo fisico e tutta la mente, con tutte le sensazioni, emozioni, pensieri. Anche se ci consideriamo “animali evoluti” l'intelletto ed il senso dell'io sono prodotti della Natura. 

La mente, i sentimenti, i pensieri sono materiali come il frullatore che abbiamo in cucina e non “spirituali”!


Prakriti è un divenire, un continuo mutamento e intreccio dovuto all’ alternarsi di 3 “fasi “:

1 Equilibrio/purezza (Sattva).

2 Movimento/Frenesia (Rajas).

3 Staticità/Apatia (Tamas).


Prakriti dovremmo esserci, non è un concetto troppo difficile da capire.


E Purusha invece ? chi è ? Cosa è ? Questo invece è un po’ più sottile.

Purusha è “l’ omino che osserva”. Coscienza, luce silenziosa, immobile, pura consapevolezza, presenza, immutabile eterna coscienza....uno “Spettatore”che immerso nel mondo ha dimenticato sé stesso e si è identificato con lo spettacolo! 

(Un po’ come lo spettatore del post 02).


Il cammino dello yoga ha come scopo quello di consentire al praticante di capire la differenza tra il mondo manifesto e transitorio (Prakriti/natura) ed il suo conoscitore permanente( Purusha/osservatore).

Ma cosa accade nel momento in cui il praticante comprende l’ inganno ?

Dividerà le acque come Mose’? come Abatantuono inizierà a “svulazzare” come il mago di Segrate ?


Magari non lieviterà  e non camminerà sulle acque ma forse potrà accettare i continui mutamenti del mondo manifesto (Prakriti) in modo distaccato, mentre isola se stesso dal corpo, dalla mente e da tutte le forme dell’esperienza della vita materiale.

In fondo il nostro corpo a ben guardare è poco più di un capo di alta sartoria!

Infatti, l’essere fisico di una persona ed il suo essere spirituale, rappresentano, due differenti livelli di esperienza e di realtà.


Questo concetto crea quindi una fondamentale divisione tra corpo, (materia) da una parte ed anima (spirito) dall’ altra.

La confusione tra questi due principi è vista come l’origine dell’ignoranza, dell’illusione (Maya).

È probabile che abbiamo già sentito parlare del “velo di Maya”... concetto ripreso dal nostro filosofo Schopenhauer  (tra i primi a riflettere sulle influenze dei sistemi orientali) per parlare però di qualcosa già ben noto da diversi millenni negli antichi Darshana!


Questa illusione purtroppo non ci permette di vedere come stanno realmente le cose, in quanto la luce dell’anima, Purusha, viene nascosta ed intrappolata nel campo materiale e nel mondo delle forme, Prakriti.

In alcuni antichi testi viene addirittura indicato molto poeticamente  dove ridiede il nostro  Purusha, ovvero in una piccolissima “stanza” nella profondità del nostro cuore.

La continua disciplina che ricerca lo yogi è  fondamentale per aiutare il nostro “omino” a pulire gli occhiali sporchi che porta!! Rendere più chiara la sua visione.

Lo yoga potrebbe essere paragonato a una salvietta in grado di pulire le lenti degli occhiali.


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Come gli altri Darshana, lo yoga  ha  personaggi di  riferimento ben precisi e testi antichi che ne descrivono le caratteristiche.

In realtà le radici dello yoga sono ben più antiche del periodo dei Darshana ma identifichiamo in quel periodo Il testo di riferimento dello yoga, ovvero :”lo yoga sutra” di Patanjali. Un testo apparentemente semplice composto da quasi 200 aforismi con funzione molto evocativa e poco descrittiva.

 Risale a circa 500 anni a.c. E secondo le ultime teorie pare che ciò che si trova al suo interno sia una sorta di “raccolta” delle conoscenze del periodo.


Patanjali in realtà  non creò nulla ma mise insieme il, “puzzle” delle conoscenze del tempo. Egli descrive i mezzi idonei attraverso i quali raggiungere il controllo della propria mente ed entrare in contatto con il proprio Sé.

Detta così sembra una cosa abbastanza semplicistica...ma in realtà i sutra sono forse uno dei più grandi trattati inerenti lo studio sulla psiche umana.


La comprensione dei sutra passa spesso attraverso un commentario. Il più importante dei commentari è sicuramente quello di Vyasa che risale a qualche centinaio di anni dopo la stesura del testo. Questo commentario secondo molti accademici è in realtà parte integrante del testo e dovrebbe sempre affiancarne lo studio. 

Tutti gli altri commentari che potete trovare in giro sono da considerarsi dei sub-commentari, che spesso si riducono a interpretazioni personali degli autori (per quanto interessanti possano essere).

I sutra parlano di yoga da un punto di vista sottile, cioè analizzano sopratutto gli aspetti inerenti la meditazione e il controllo dei flussi mentali. Parlano in realtà di quello che viene conosciuto come Raja Yoga, ovvero di quella parte dello yoga che può portarci agli stati alti di consapevolezza e di “super coscienza “.


In questo testo ad esempio non si parla quasi per niente di Asana e Pranayama se non per darne una definizione generale. Patanjali lascia a testi secondari l’ approfondimento della parte fisica della pratica.

( Ricordiamoci che l Hatha yoga che tutti pratichiamo attualmente arriverà quasi 2000 anni dopo).

I sutra non sono un semplice testo da leggere, sono un po’ come la Bibbia per un Cristiano, accompagnano l’ esistenza del praticante sempre. La loro comprensione è difficile sopratutto se non abbinata alla “pratica” nella vita di tutti i giorni.

La comprensione di alcuni sutra richiede spesso l’abbandono di schemi mentali radicati nelle nostre vite piene di attaccamento e di sofferenza data dall’ identificazione nei nostri pensieri.


Personalmente ritengo che per praticare yoga non sia essenziale studiare e conoscere i sutra, per lo meno non subito, all’inizio del proprio cammino.

Lo yoga a differenza di tutti gli altri Darshana è un sistema che richiede la pratica per  la sua comprensione.

Se sei un grande studioso accademico  ma non pratichi i diversi rami (compresi quelli fisici di Asana e Pranayama) non potrai mai capirlo a fondo.


Vyasa diceva “solo con lo yoga si può capire lo yoga”.


Donna Farhi dice “per praticare e sperimentare che  lo yoga funziona non è necessario conoscerne  a fondo il pensiero filosofico e il suo impianto costruttivo...non più di quanto sia importate conoscere come funziona l’ universo perché esso funzioni”.


In Patanjali troviamo tanti elementi interessanti da poter studiare e riportare anche nella nostra pratica di Asana e Pranayama,ma non è detto che ciò accada da subito.

Approfondire la pratica con la lettura e lo studio dei testi antichi è molto interessante e stimolante.

Può darsi che inizialmente riusciate a praticare “solo”sopra un tappetino...ma piano piano quella quiete, quella concentrazione, quel senso di presenza e di “qui e ora “possono migrare verso la vita di tutti i giorni.

Imparando la non violenza, il non attaccamento, la pulizia, la continenza, l’austerità e tutti gli altri  principi morali dello yoga sul tappetino sarà forse più facile portarli con noi nella vita di tutti i giorni.


Il miglior libro sullo yoga che possiate leggere non ha copertina e non ha parole scritte. Il libro migliore è la vostra pratica sopra e fuori da tappetino solo con quella tutto  arriverà e diventerà sempre più chiaro.

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