07 Samkhya, Yoga e Advaita-Vedanta.
Samkhya, Yoga e Advaita-Vedanta.
La codificazione dello yoga come filosofia sistematica avviene negli Yoga-sutra di Patanjali (II sec. I sec. d.C.)
Ha la stessa natura dualista del Samkhya (sistema di pensiero alla base della medicina Ayurvedica), con il Purusha, (consapevolezza) e la Prakriti, (materia) ma introduce un aspetto divino: Ishvara.
Ishvara è modello ideale su cui poggiare la mente e a cui offrire le proprie azioni.
Non è chiaro però se con Ishvara si intenda un Dio personale o la spiritualità personale del soggetto.
Lo yoga condivide alcuni aspetti e alcuni termini anche con l'Advaita-Vedanta; per esempio, l'idea di una liberazione dell'anima incarnata, jiva.
L’ Advaita Vedanta individua nella meditazione e nello studio delle Scritture la via per realizzarsi, lo yoga propone invece una scienza, una "tecnologia" spirituale molto articolata applicata al corpo e alla mente.
L’ anima incarnata è vincolato alla materia, (prakriti) a causa di cinque grandi afflizioni, klesha (ignoranza, il senso dell'io, avversione, attrazione, attaccamento alla vita).
In virtù delle modificazioni della mente,(chiacchiericcio mentale) l'anima incarnata si identifica con la materia.
Il fine ultimo è nella cessazione di queste modificazioni, (cittavritti-nirodha) attraverso un percorso suddiviso in otto stadi, Ashtanga-yoga.
L’ Advaita- Vedanta è invece un sistema monistico ( Brahman è tutto), mentre gli altri due Darshana sono duali (infatti spiegano l’universo manifesto con il doppio principio Prakriti/Purusha).
L’ Advaita però non rinnega gli altri due ma li considera utili alla comprensione finale del principio monistico.
Personalmente vedo nei primi due sistemi un trampolino di lancio verso l Advaita -Vedanta ( un po’ la stessa similitudine che vede nell’Hatha Yoga un surrogato del Raja Yoga).
Se rifletto sul sistema monistico del Vedanta e cerco di avvicinarlo ad alcune
scuole Filosofiche elleniche Greche è evidente che entrambe hanno spesso mirato a spiegare il mondo e l’universo “nell’unita”.
In Grecia, è nel Neoplatonismo di Plotino che vediamo l’apice della ricerca monistica.
Proviamo quindi a tenere un attimo uniti i due mondi pensanti di Oriente e Occidente e riflettere sul concetto alla base:
“Siamo tutti connessi, parte integrante di uno stesso “corpo” globale.”
La nostra pelle non è un confine, le nostre scelte le nostre emozioni influenzano la globalità di cui facciamo parte anche se non ne siamo consapevoli.
L’ universo è un po’ una coperta corta, “se la tiri su i piedi prendono freddo”.
Ma allora perché non riusciamo a vedere questa unità?
Le menti più capaci e il frutto delle ricerche filosofiche più antiche e moderne convergono in questa spiegazione univoca.
Ma perché allora questa cosa non è evidente?
Se la tua sofferenza e anche la mia, se l’acqua di quel mare è la stessa di cui son fatto, se la pelle non è il mio confine, perché non lo capisco chiaramente? Dove sta l’inganno?
L’inganno, o meglio “l’illusione” è intrinseca .
E’ parte della grandiosità dell’unità.
Viviamo semplicemente per fare esperienze, ma non esperienze per provare i più alti piaceri dei sensi.
Le viviamo per far evolvere la nostra anima e alla fine comprendere appunto che siamo UNO.
(Anche Purusha ha bisogno di vivere in Prakriti per fare esperienza ed evolversi).
Questa comprensione non è uno stato transitorio ( uno stato meditativo profondo ad esempio può portarci a sperimentarla per un istante, qualche minuto o anche per ore).
Quando questa “comprensione” è continua allora fare esperienza non serve più, e quindi vivere in un corpo come quello che abitiamo noi oggi non serve più’.
Il “ciclo Karmico”in questa visione è fondamentale. Solo la somma di molteplici esistenze terrene può permettere questa evoluzione “spirituale “.
Fanno eccezione alcune “persone” speciali (In alcune tradizioni Buddiste ad esempio chiamate Bodhisattva) che rimangono tra “noi” per dare l’esempio che la via è possibile.
Un po per convincere anche quelli come San Tommaso.
Tornando all “inganno ”.... quando vivo le esperienze, le emozioni i sentimenti e la situazione mi allontanano dall’ UNO!
Per questo spesso gli asceti si isolavano dalla società.
Alcuni ancora più “speciali” come re Ram o Buddha riuscivamo a vedere e vivere l ‘UNO anche in mezzo alla società (ma loro erano incarnazioni divine e non uomini normali, forse anche Gesù di Nazareth lo era).
Vivere un emozione, viverla intensamente ci allontana dalla realtà, dall’ “ evidente” mondo indiviso e dall’ UNO.
Stando a questo ragionamento sembrerebbe che la soluzione ultima sia la scelta ascetica. Auto isolarsi dal mondo per ridurre al minimo l’influenza dei sensi.
Invece no, stando a quanto narrato dalla Bhagavad Gita la via dell’azione è superiore a quella dell’isolamento.
La via dell’azione con la rinuncia ai suoi frutti.
Dobbiamo fare esperienza.
Ma non un esperienza guidata dall’istinto.
L’istinto è necessario per il continuo mutare della materia (Prakriti) , ma per l’evoluzione dello spirito è necessario il discernimento.
Hai vissuto una esperienza di sofferenza? Bene e allora soffri! Hai vissuto una grande Gioia? allora gioisci!
Che sia un emozione positiva o negativa vivila.
Vivila e cerca di osservarla! Come se fosse di tutti! Non solo la tua!
Se la osserviamo attentamente vedremo soprattutto che cambia in ogni istante.
Non è mai alla stessa intensità!
Rimane alla stessa intensità solo se ci proiettiamo nel passato i nel futuro.
Se vivo continuamente il “qui e ora “ il distacco e l’osservazione è una logica conseguenza quasi scontata.
Se pretendo una felicità eterna vivrò in modo fasullo perché non accetto il cambiamento fisiologico della realtà manifesta fatta di continui mutamenti.
Quando voglio scacciare prima possibile un forte dolore solitamente non lo osservo, lo combatto!
Piacevole o spiacevole, un emozione, un sentimento, un’esperienza, e’ sempre utile. Perché se t’impegni ad osservarla allora alla fine vedrai anche quel fantomatico UNO evidentissimo!
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