08 L’asana devozionale..credenza o esperienza?
L’asana devozionale..credenza o esperienza?
In Occidente conosciamo e pratichiamo l’Hatha Yoga, ma non è solo questa la via della famigerata “Unione.”
Premessa: la parola ‘Unione’ che oggi sentiamo legata allo yoga è molto forviante, spesso sembra un motto quasi hippy della serie “volemose bene tutti” siamo tutti amici e amorevoli con il prossimo.
Niente di tutto questo, lo yoga non nasce come un percorso di fratellanza.
È un cammino complesso fatto di disciplina e rinuncia. L’amore incondizionato che prova lo yogi non è un atto di volontà, ma la condizione della sua anima dopo la liberazione. L’unione che ricerca è in quella connessione con Dio andata persa nel tempo.
Chiaramente come accade oggi in tutto il mondo, praticare un po’ di asana e mindfullness per vivere più sereni e con meno stress va bene per tutti! Anzi è consigliatissimo per stare bene! Chiamiamolo pure yoga! Ma cerchiamo di non annacquare troppo il vino..
La Shadana dello Yogi (ovvero la disciplina spirituale con tutto l'insieme di pratiche, rituali e austerità eseguite con regolarità e concentrazione per poter ottenere Moksha, la liberazione. ) è un mezzo che nasce come conseguenza di una perdita spirituale della razza umana.
L’uomo millenni addietro, perse infatti la capacità di “dialogare con il divino”.
Per evitare che solo i prescelti (Bràmini) potessero dialogare con i piani alti, attraverso i riti e i sacrifici, nacque lo Yoga.
Una via per intenderci più popolare d’emancipazione spirituale.
Per questo oltre ai Veda ( strumenti per Bràmini) il sapere fu reso più fruibile per mezzo delle Upanishad dei Purana delle Epiche ecc..
La via dello yoga si evolse storicamente in 3 grandi arterie principali.
1-Jnana Yoga :
La via della conoscenza ( che ricorda un po’ la nostra Gnosi greca).
È forse la più complessa. È quella che richiede un precedente ‘karmico’ ( l’operato delle vite precedenti) quanto più candido possibile.
È la via della pura meditazione e riflessione profonda. Forse nei nostri giorni difficilmente attuabile se non con l’ isolamento (almeno parziale) dal mondo.
Un po’ la via degli antichi veggenti, i grandi saggi, che nacquero già per loro fortuna con un qualcosa di più.
Nel filone ad esempio del Vedanta sono molti i maestri nati seppur in condizioni socio/culturali bassissime ad aver una forma mentis non riconducibile alla loro ultima incarnazione. Giusto per fare dei nomi mi viene al volo in mente Nisargadatta Maharaj, oppure Sri Yukteswar ( maestro di Yogananda).
Non erano per intenderci, persone che avevano bisogno di praticare il nostro Hatha Yoga per trovare la strada della liberazione.
2-Karma Yoga:
La via dell’azione (che comprende anche il nostro Hatha Yoga) ovvero la via del “fare” per poi conoscere la verità.
A volte nasce con il termine ‘Karma Yoga’ un po’ di confusione e sovrapposizione, in quanto lo si lega alla funzione di ‘servitore’ all’ interno degli ashram, e al ‘fare qualcosa per gli altri’ in modo disinteressato.
Tipologia d’ azione ben nota anche nel Buddismo.
Se pur gesto di grande valore etico non richiama al ‘karma yoga’ di cui stiamo parlando.
Il termine ‘karma’ ha un valenza d’’azione’ in opposizione al Jnana che non ne contempla alcuna da un punto di vista fisico.
È il famoso Karma yoga tanto cantato da Krishna ad Arjuna nella Baghavad Gita ( non approfondisco la cosa se no ci incartiamo troppo).
Per semplificare possiamo dire : Se segui il tuo Dharma (compito) dovrai presumibilmente agire, e quindi attuare uno yoga attivo, sempre evitando (riprendendo la BG) di raccogliere i frutti del tuo agire.
Come dire.. porta avanti il tuo compito senza essere focalizzato sul suo valore materiale, perché sei consapevole di essere parte di un giusto disegno divino.
L’Hatha yoga che noi facciamo rientra nel Karma Yoga, perché appunto
lo facciamo! cioè pratichiamo i famosi otto rami dello yoga cantati da Patanjali.(Ashtanga Yoga).
Però stiamo attenti! Patanjali tratta soprattutto le vie meditative dello yoga non Asana e Pranayama nel dettaglio.
Per chiarire con uno slogan più facile ed esplicativo avremo:
“L’Hatha yoga è un trampolino per il Raja Yoga di cui parla soprattutto Patanjali (Raja è qui inteso come ‘regale’ più importante, più mentale che fisico).
3-Bhakti Yoga:
la via della devozione (usare un tramite divino per giungere alla conoscenza) in pratica ciò che fanno alcuni gruppi di persone come i famosi Hare Krishna.
Ripetendo come un mantra il nome di Krishna e dedicando ad esso la mia esistenza posso ritrovare la connessione perduta di cui si parlava all’inizio.
E allora un asana devozionale?
Cosa accidenti vuol dire?
La migliore definizione di asana è sicuramente quella del grandioso Yajnavalkya! Il più importante saggio delle Upanishad legate allo yoga.
Delle famose 108 Upanishad infatti una parte sono direttamente esplicative sullo yoga.
Nei suoi dialoghi con Maitréyi Yajnavalkya afferma:
“ esiste un mezzo che consente all’uomo di recuperare la sua capacità di contemplazione. Questo mezzo si chiama Yoga Sādhana.”
Yājnyavalkya cominciò a spiegare che l'uomo non era più capace di restare costantemente in una posizione data. La posizione di cui si parla non è una postura semplicemente fisica, si tratta bensì anche di una postura mentale. L’uomo deve anzitutto reimparare a stare in una postura immobile allo scopo di allontanare l'agitazione, vale a dire l'attività sensoriale e mentale, per un lasso di tempo stabilito. Il fatto di rimanere in una posizione ben precisa riduce l'agitazione e offre alla mente la potenziale capacità di rimanere stabile, senza eseguire alcuna attività, sensoriale o mentale, legata al mondo esterno.
E questa posizione, mantenuta per un certo tempo, che Yājnyavalkya chiama ASANA; essa consente alla mente di essere assorbita nel Creatore e impedisce all’uomo di essere distratto dalle attività sensoriali. Solo a questa condizione il corpo diventa uno strumento: in tutte le altre situazioni l’uomo è schiavo del corpo”.
Quindi è la posa che mi consente d’essere assorbito nel creatore senza l’influenza dei sensi! La posa fisica e mentale insieme!
Non a caso la più ricercata dallo Yogi è la posizione del loto! Padmasana.
In quanto la disposizione della nostra struttura fisica influenza il fluire del Prana che ben indirizzato dall’intelletto del praticante (grazie al Pranayama) diventa il “linguaggio” che ci consente di dialogare con Dio.
Queste parole forti, potrebbero richiamare concetti prettamente religiosi e dogmatici ma in realtà descrivono la strada inversa.
La grandiosità dei Sutra rivelati da Patanjali fu quella di ‘inventarsi’ la centralità di tutto il percorso spirituale in Isvara (figura divina indefinita praticamente).
Lo fece per andare oltre la semplice passività religiosa e unire sotto lo stesso percorso diverse fazioni (Shivaiti e Visnuiti ad esempio in quel periodo storico in cui visse ).
Ovvero raccogliere i differenti nomi del Divino per non lasciare fuori nessuno.
Per questo motivo lo yoga non è una religione! Anche se ai non addetti ai lavori visto da fuori lo sembra. È legittimo ad esempio per la chiesa cattolica considerarlo una ‘devianza’! Come dargli torto!
La grossa differenza è nel fatto che la Sadhana dello Yoga non ti serve per “credere” in qualcosa, ti serve per fare esperienza diretta di “qualcosa”! Per mezzo della ‘tecnica’ spirituale.
Ritornando ai nostri amati asana dell’ Hatha yoga che ben conosciamo, possono tutti essere dei surrogati della posizione del loto. Dei trampolini di lancio per il loto ( sempre riferito alla definizione di Yajnavalkya) ma non in modo estetico bensì in “forma mentis cognitiva”.
Mentre eseguo Vasisthasana ad esempio potrei sentirmi come il famoso saggio che dialoga con Dio attraverso la lingua del “Prana”? Rispondi ascoltando la tua pratica…
In tutto questo discorso però c’è un incognita enorme.
In quanto è molto difficile percepire la possibilità di fare ‘esperienza’ senza preconcetti.
( Ricordiamoci che lo yoga non esorta a credere in qualcosa ma bensì a farne esperienza diretta per arrivare alla comprensione).
È forse più’ facile cadere nella credenza e nell’auto suggestione.
Qui entriamo in un campo molto più complesso che forse i pensatori occidentali sono riusciti a indagare meglio.
Mi riferisco alla famoso concetto di “agnostico” ben noto dall’ antichità.
In quanto uomo sono in grado di dialogare e comprendere il divino?
Alcuni pensatori potrebbero rispondere che : “si sono in grado perché Dio è in me” altri invece attraverso la ragione direbbero che è impossibile in quanto i sensi ingannano.
In quest argomentazione i filosofi empirici è scettici come Hume sono storicamente interessanti insieme all’ imponente Kant!
Anche Platone potrebbe con le sue ‘Idee’ innate darci una lettura interessante delle nostre reali capacità di comprensione, visto che non nasciamo ‘fogli bianchi’ (come invece diceva Aristotele ).
Ci lasciamo ricordando un grande agnostico come Protagora e proviamo a riflettere se nel nostro percorso yogico siamo totalmente legati all’esperienza che facciamo oppure no!
"intorno agli dei non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l'oscurità dell'argomento sia la brevità della vita umana!
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