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Tra Kant e Patanjali

Sintetizzando l’immenso lavoro di Kant, alla domanda cosa posso sapere?

Risponderemo: solo ciò che è matematico, fisico e scientifico in quanto passa dal filtro del esperienza. 

Ovvero solo ciò che passa per i “fenomeni” è certo, ciò che invece è solo pensabile (noumeno) non può essere certo.

Noi conosciamo le cose come ci appaiono, e non come sono con certezza!

E già in questa conclusione c’è tantissimo del pensiero Vedanta…

Kant sostiene che il mondo metafisicò  è intrinsecamente non verificabile.

L’idea di Anima, di mondo come unità, l’idea di Dio ecc.. sono solo una “disposizione dell’anima.”

Però Kant nel suo lavoro finale, ripone una intuizione  “romantica’ non verificabile. (Infatti per il movimento Romantico che arriverà dopo di lui Kant è un faro.).


Nella “critica del giudizio” infatti, quando parla del “teleologico” ammette che non esiste nulla che possiamo spiegare solo per mezzo delle cause meccaniche. (Diceva che nemmeno il suo riferimento Newton sarebbe riuscito a farlo).

Kant suppone ( spiegarlo sarebbe improprio)  che nel mondo lo scopo morale principale è l’uomo stesso! In quanto è l’unico dotato di coscienza.

Non abbiamo certezza ma ne abbiamo una ‘ragionevole’ speranza!


Il termine in gioco che lo lega a Patanjali e allo Yoga è sicuramente:’esperienza’


Lo Yoga è l’unico sistema filosofico indiano che sostiene che la conoscenza possa arrivare solo attraverso il filtro dell’ esperienza.

Quindi se lo leggessi in ottica Kantiana posso avere la certezza “matematica” di come stanno le cose?


Il percorso degli otto rami di Patanjali (Ashtanga Yoga) è una tecnologia al servizio dell’uomo che  può rendere verificabile l’esistenza divina?

Non lo sapremo mai con certezza, in quanto il linguaggio dei sutra usato nello yoga non è esplicito. Però possiamo supporre che la figura enigmatica di Isvara introdotta da Patanjali è la ‘devozione’ ad esso di cui ci parla, sia una spiegazione vicina alle conclusioni di Kant.

Isvara non è chiaro se sia un Dio o sia “IL”Dio in noi stessi..


Affidandomi all’esperienza e al percorso di cui parla  Patanjali, unito a un abbandono delle certezze indotte dai sensi forse, direbbe Kant..:

“È ragionevolmente probabile che si giunga alla conoscenza finale.”



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